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NON AUTOSUFFICIENZA: LE QUESTIONI APERTE

 

 

 

Non sembrano aver registrato significativi avanzamenti le politiche di sostegno rivolte alla popolazione italiana anziana e non autosufficiente. Anzi, nonostante i dati parlino di un trend crescente con riferimento alla terza età (nell’arco dei prossimi 18 anni, la percentuale di over sessantacinquenni passerà dal 20% al 27%) ed all’indice di dipendenza, destinato a passare dal 30,1% al 44,4%, a causa anche della crisi, i tagli agli Enti Locali, rischieranno di compromettere una situazione già di per sé critica.

Infatti, volendo fare un confronto tra indici di invalidità ed ipotesi di spesa, bisogna rilevare vari aspetti confliggenti che, come emerso dai dati presentati di recente durane il forum sulla non autosufficienza, dovranno essere necessariamente affrontati e superati attraverso l’individuazione di scelte strategiche che in qualche modo, possano bilanciare la fisiologica compressione di spesa che si registrerà nei prossimi anni.

Come detto, lo scenario attuale è caratterizzato dal progressivo invecchiamento della popolazione, con una incidenza rilevante delle disabilità che tuttavia si accompagna ad una maggiore diffusione di innovazioni tecnologiche e farmaceutiche, cui però non sempre è legata una sufficiente presenza di linee guide diagnostiche e terapeutiche. Quest’ultimo aspetto, per quanto possa apparire parziale, se considerato rispetto al progressivo aumento della domanda espressa e dei bisogni di salute di una popolazione sempre più globalizzata, assume un rilievo assoluto. Anche perché richiede un ripensamento delle modalità di intervento rispetto alle differenti patologie rilevate ed una più accentuata attenzione verso quella flessibilità e sostenibilità economica che appare necessaria. A maggior ragione, se si considera che l’attuale sistema fondato sui servizi sanitari regionali non è affatto sostenibile e continuare ad intervenire quando ormai non si può far altro che curare il paziente, rischia di mandare in corto circuito tutto il sistema.

A tal proposito può essere utile richiamare i dati relativi alle patologie su cui i servizi sanitari si trovano ad intervenire, per giungere a capire come arginare la spesa legata ai probabili aumenti degli indici di disabilità riconducibili al progressivo invecchiamento della popolazione.

In Italia il 75% della spesa sanitaria è riferita a patologie derivanti dallo stile di vita (obesità, alcool, ridotta attività motoria, ecc…), e ciò implica una consistente sproporzione tra la spesa sanitaria indirizzata a beneficio degli anziani e quella socio assistenziale. Infatti, i 103 miliardi di euro attualmente destinati a tale capitolo di spesa sono utilizzati, per una quota pari a 45 Mld di euro, per l’assistenza ospedaliera, farmaceutica e convenzionale degli ultra sessantacinquenni ed appena 500 milioni sono riferibili alla spesa che i comuni destinano all’assistenza domiciliare.

Praticamente per ogni euro che i comuni spendono in assistenza domiciliare, vengono utilizzati 55 euro per la spesa ospedaliera, 28 euro per i farmaci, 2 euro per i trasporti, ecc…

Tale divario indica il chiaro sbilanciamento della spesa verso trattamenti che intervengono una volta che sia riscontrata una patologia da curare e non prima. Nonostante il 75% di malattie sia dunque riconducibile a stili di vita, la spesa sanitaria è quasi interamente focalizzata sull’intervento “a valle” che in tali casi, sia in termini di scelta strategica che di risultati acquisibili, può apparire come la valutazione più erronea.

A maggior ragione in considerazione delle percentuali in aumento di cui si accennava in precedenza. Se infatti per il sistema sanitario si dovesse confermare tale profilo di spesa ed un’organizzazione tutta incentrata sulla cura, con una crescita degli anziani, il conseguente aumento degli indici di non autosufficienza e la compressione delle disponibilità degli Enti Locali, non ci sarebbe alcuna ipotetica sostenibilità per un sistema già oggi in grossa difficoltà.

È dunque gioco forza immaginare quale prima soluzione cui ricorrere, un deciso indirizzamento delle scelte socio-politiche verso un’attività di promozione della salute, rivolta anche ad ultra sessantacinquenni od ottantenni, i quali non sono in alcun caso legittimati ad adottare stili di vita meno attenti, data l’età.

Anche perché proprio una maggiore diffusione della pratica sportiva, insieme ad una corretta alimentazione e ad un mutamento delle condizioni sociali (con la riduzione delle ore di lavoro, una maggiore salubrità di alcuni ambienti di vita, quali la casa ed il luogo di lavoro, ecc…) hanno già determinato un abbassamento delle percentuali di disabilità dallo 0,4% al 2%, nonostante un trend che, come visto, è chiaramente in crescita. Ciò significa che pur prevedendo un innalzamento delle percentuali di soggetti non autosufficienti, tale aumento dovrebbe risultare meno che proporzionale rispetto alla crescita del numero di anziani, arginando in tal modo il ricorso di questi ultimi a cure e ricoveri ospedalieri.

Si derivano da tali argomentazioni anche una serie di ulteriori inferenze che in qualche modo dovrebbero condizionare le scelte e le decisioni in campo socio-sanitario e politico.

Emerge infatti che la disabilità è sì un problema individuale, ma fortemente connesso ai contesti di vita di chi ne è riguardato. Ecco dunque che le ripartizioni della spesa non potranno prediligere determinati canali e tralasciarne altri, anche perché nei prossimi anni 15 milioni di anziani saranno disabili.

Ed in tale ottica, solo l’affermazione di reti sociali supportive, della mobilità e di una vita attiva, potranno a ragione essere uno dei fattori protettivi più potenti per la promozione della salute nella popolazione anziana, poiché risultano in grado di combinare interventi che incidano sui fattori ambientali saluto-genici e, dall’altro, sulle pratiche di cura della salute abitualmente applicate dalla medicina generale e da quella specialistica.

Di conseguenza, si richiedono interventi comuni ed un approccio integrato volto a connettere le scelte politiche con le reti di emergenza, gli ambienti di vita ed anche con soggetti pubblici e privati che possano operare sul fronte della prevenzione (media, palestre, centri di ritrovo anziani, ecc…). In tal modo dovrebbero finalmente assumere corposità quelle strategie integrate ed intersettoriali che in genere vedono impegnati amministrazioni pubbliche ed esponenti del mondo economico, al fine di modificare gli ambienti di vita, rimuovere gli ostacoli che favoriscono l’adozione di stili di vita salutari ed assurgere al ruolo cui le istituzioni dovrebbero tendere, quello cioè di avvocato e pubblica difesa della salute dei cittadini.

 

Redazione Terzaeta.com

 

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